LIBRO: “ALLA RICONQUISTA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA”

Qui di seguito un estratto del libro: “ALLA RICONQUISTA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA” scritto dal patriota Tiziano Lanza.

Nell’estratto del libro si possono acquisire importanti concetti sul funzionamento della giustizia al tempo della Repubblica Serenissima, concetti utili nel percorso di DECOLONIZZAZIONE del CLNV.

 

2.3.1   Un censimento per i territori della Repubblica

Copertina_Libro_Tiziano_Lanza
La copertina del libro di Tiziano Lanza, Patriota Veneto.

In questo paragrafo sono raccolti dati interessanti, che offrono una panoramica precisa sulle condizioni dei territori della Serenissima Repubblica.
Dal censimento del 1790, si ricava che la popolazione era costituita da 2.464.304 abitanti (1.251.782 maschi e 1.212.522 femmine). Questi dati sono relativi ai territori della Lombardia Veneta, del Veneto, del Friuli e dell’Istria. Si osservi che il numero dei maschi supera leggermente quello delle femmine, al contrario di altri territori europei, dove la mortalità per guerre combattute normalmente riduceva la popolazione maschile a numeri inferiori rispetto alla popolazione femminile.
Ma ciò che sorprende, e non poco, è il basso numero di disoccupati e mendicanti: nel 1790 erano 40.392, pari all’1,64% dell’intera popolazione.
L’1,64% della popolazione! Non servirebbe nemmeno tentare un patagone con l’Italia di oggi. Ecco la realtà del Veneto di allora; altroché fame e pellagra! Sono queste le verità storiche che bisognerebbe insegnare nelle nostre scuole.
Le popolazioni nei territori della Serenissima, poi, disponevano di pascoli nei quali i contadini e la gente dei ceti popolari potevano far pascolare gratuitamente le proprie bestie. I capi di bestiame erano numerosi, con 610.875 bovini (uno ogni 4 abitanti), 108.551 equini e 993.931 ovini. I boschi della Serenissima, solo nel Veneto, coprivano oltre 10.000 ettari; qui vi si poteva raccogliere gratuitamente la legn

a, ed era perfino concesso di venderne una certa parte per il sostentamento delle famiglie; per gli stessi scopi, in quei boschi si poteva liberamente cacciare e pescare. Ma il welfare della Serenissima comprendeva anche ospedali e luoghi di ricovero (detti luoghi pii), che nel 1790 erano 207, pari a un istituto ogni 11.900 abitanti.
Il censimento del 1790 rivela peraltro lo spaccato di una società florida e attivissima. I contadini rappresentavano sempre la gran parte della popolazione attiva: erano 628.887, circa uno ogni 4 abitanti; ma erano molti anche i professionisti (9.071 fra avvocati, amministratori, bancari, ecc.) e i fornitori di servizi (50.902 fra barcaioli, carrettieri, camerieri e domestici). Rileviamo quanto fosse fiorente l’artigianato (91.199 addetti) e il commercio (31.584 fra mercanti, negozianti e bottegai censiti).
A parte la mega industria dell’Arsenale a Venezia, che mediamente impiegava almeno 10.000 operai, il manifatturiero era composto da botteghe e piccole fabbriche. C’erano 158 cartiere, 616 segherie, 1.475 fornaci, e 1.208 tra fucine, mangani e magli. Un altro dettaglio interessante, che dà l’idea di una certa qualità della vita, riguarda la concentrazione dei mulini e le pile per il riso: nei territori della Serenissima ce n’erano ben 9.890, uno ogni 249 abitanti. Se ci fossero state fame e miseria, che cosa se ne sarebbero fatti di così tanti mulini?
Nel 1790 furono censiti 11.817 fra nobili e possidenti, e 34.790 religiosi; tutta gente che certamente non soffriva la fame.
Questo era il Veneto della Serenissima Repubblica. Altroché fame e pellagra! Quelle le portarono i Savoia e il tricolore –oltre alle continue e dispendiosissime guerre di aggressione.

2.3.2   La Giustizia Veneta
Oggi si ripete spesso, quasi come un mantra, che il livello di civiltà di una Nazione si misura anche dall’efficienza della sua giustizia. Vediamo, quindi, come funzionava la giustizia in Veneto, riportando la relazione del prof. Edoardo Rubino nel prezioso documentario “Venezia 1797 – La Storia da riconquistare”.

    “La giustizia di allora può dirsi “sostanziale”, perché le sentenze dovevano essere eque, cioè funzionali a quel “sentimento del giusto” che ogni uomo sente nel suo cuore. La giustizia nei tempi odierni è invece “formale”, perché amministrata con la meccanica applicazione –e spesso cieca applicazione– di norme scritte. La concezione formale è propria degli illuministi, che hanno teorizzato una società perfetta, modellata secondo utopie insensate.
    “Lo Stato veneto governava facendo tesoro dell’esperienza; si giudicava studiando l’animo umano. All’interno della legge agiva un fondamento trascendente: le regole morali radicate nella tradizione. Questo patrimonio, sacro ed immutabile, fu inquadrato con esattezza da San Tommaso d’Aquino, e prese il nome di Diritto Naturale. La giustizia a Venezia non era una pratica disumana, ma era quella che il popolo si aspettava: si reprimevano i reati più gravi con asprezza e severità, ma nei casi ordinari lo Stato era comprensivo. La giustizia si traduceva in “rigore per limitare i più forti” e in “clemenza” per sollevare i più deboli.
    “La Serenissima non faceva buonismo, né pensava ai massimi sistemi; ma si concentrava sul problema pratico da risolvere. Nessuno pensò mai di introdurre tre gradi di giudizio; piuttosto, ci si preoccupava di chiudere i processi entro un mese: se poi questo non accadeva, si ricercavano le cause del mal funzionamento, si adottavano rimedi, e poi si applicavano le sanzioni contro chiunque si trattasse.
    “Venezia fu forse la prima a garantire un avvocato gratuito agli imputati con condanne a morte, ma anche a chi era già in carcere. L’autorevolezza dei suoi giudizi si riverberò in tutto il mondo, persino nei drammi di Shakespeare. Proprio a Venezia nacque la figura del Pubblico Ministero, prima sconosciuta al mondo civilizzato; questi si chiamavano avogadori del Comun.
    “Il processo accusatorio, vanto del mondo anglosassone, a Venezia costituiva la regola, essendo praticato nella Quarantia Criminal; e le prove si costituivano con dibattimento in udienza. A Palazzo Ducale si conserva una lapide marmorea, dove un’iscrizione spiega come i giudici debbano pervenire alla sentenza:
    “Per prima cosa, indagate sempre con diligenza; poi sentenziare con giustizia e car

ità. Non condannate nessuno in base a sospetti arbitrari: prima provate i fatti, e solo dopo proferite un equo e veritiero giudizio. Ciò che non volete sia fatto a voi, rifiutate di fare agli altri”.
    “Questo testo in latino, che campeggia ancora oggi nella Sala dell’Avogaria, spiegava ai giudici come procedere contro i criminali. Si colgono i due cardini del Diritto Veneto: Giustizia e Carità. Giustizia vuol dire che lo Stato deve dare a ciascuno il suo, cioè rimediare ai torti e punire i colpevoli; ottemperando la sua azione con l’altro principio: la Carità. Qui il termine è inteso in senso cristiano, riprendendo una citazione del vangelo “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. Il principio di Carità impedisce che la repressione penale diventi una macchina cieca e disumana; i giudici sono uomini che devono giudicare altri uomini, usando lo stesso metro buono per giudicare se stessi” E.R).
 
Si conclude che la giustizia della Serenissima Repubblica funzionava assai bene: era equa, e soprattutto rapida; una “giustizia giusta” diremmo oggi. E volendo fare dei confronti proprio con la giustizia di oggi, imposta da questo Stato Occupante, ci rendiamo conto, purtroppo, di quanto il moderno sia di gran lunga peggiore del vecchio –per usare una frase assai eufemistica.
Non va dimenticato, poi, che la Serenissima Repubblica mise fuorilegge il lavoro e lo sfruttamento minorile già nel XIV Secolo, oltre a prevedere aiuti sociali per le donne in stato di gravidanza, e a molte altre iniziative di welfare. Tutto ciò rendeva lo Stato Veneto il più moderno e civile d’Europa.