LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA “RAZZA PIAVE”

Qui di seguito un estratto del libro: “ALLA RICONQUISTA DELLA NOSTRA INDIPENDENZA” scritto dal patriota Tiziano Lanza.

Un detto dice che “la storia la scrivono i vincitori”,
il CLNV vuole invece finalmente divulgare la nostra vera storia, ricavata dopo decine di studi incrociati da varie fonti storiche.

Soldato-americano-batt.-Doughboy-1917
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2.9   LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA “RAZZA PIAVE”
La Patria è come una madre: protegge i suoi figli anche a costo della sua stessa vita. A loro volta, i figli devoti di una santa madre sono pronti a morire per lei.
Che patria può mai essere quella che vuole la morte dei suoi figli, per puro orgoglio? Una falsa patria, una matrigna feroce ed abominevole. Questa fu “la Patria Italia”, che volle la morte di centinaia di migliaia di giovani figli suoi, per vanagloriosi scopi. L’Italia spacciò agli italiani la Prima Guerra Mondiale come la IV Guerra d’Indipendenza. In realtà, come disse il papa Benedetto XV, la Prima Guerra Mondiale fu un’inutile strage. Altroché i festeggiamenti di oggi e la Razza Piave!

E’ emblematico e illuminante il film “Uomini Contro”, girato nel 1970 da Francesco Rosi e tratto dal libro-diario “Un anno sull’Altipiano”, scritto da Emilio Lussu, l’uomo che nel 1919 avrebbe fondato il Partito Sardo d’Azione. Forse questo film riesce a dare l’immagine più efficace e immediata di che cosa è stata l’inutile strage della Prima Guerra Mondiale, con l’infame ferocia di incapaci generali italiani.
Quella che andiamo a narrare è, perciò, la tragica storia di una guerra voluta a tradimento, che causò il massacro di giovani innocenti, spesso con immonde esecuzioni punitive ordinate dagli alti comandi. Queste terribili pagine dovranno servire a non tacere più; perché le centinaia di migliaia di giovani vite spezzate gridano vendetta al cielo, al pari delle vittime dell’Olocausto nazista.
Da questa guerra, il Veneto fu molto più che devastato: fu letteralmente assassinato. E’ nostro dovere dunque, almeno per noi veneti di oggi, tentare di far smettere le disgustose ed ipocrite celebrazioni, volute da questi governanti i quali, pur conoscendo le orribili verità, si apprestano oggi a commemorare e festeggiare i cento anni dalla Grande Guerra. Invece di coprirsi di vergogna e chiedere perdono agli eredi dei morti, si esaltano in cerimonie di pura –e disgustosa– retorica patriottarda; spendendo soldi depredati con le tasse ai nipoti degli stessi morti innocenti.
E perché tutto ciò? Perché questi governanti di oggi sono esattamente uguali a quei governanti di ieri, che furono i diretti responsabili degli eccidi della Grande Guerra.
Entriamo dunque nella narrazione.

2.9.1   L’Italia va alla guerra
A causa dell’assassinio dell’erede al trono d’Austria a Sarajevo, per mano di un anarchico serbo, l’Austria dichiara guerra alla Serbia. Ben presto si allineano le alleanze, che trovano schierate Germania e Austria da una parte, e Francia, Inghilterra, Russia e Serbia dall’altra. Siamo nel luglio 1914.
L’Italia ha sottoscritto un patto di reciproca difesa militare e reciprocità commerciale con le potenze tedesca ed austro-ungarica: il patto è conosciuto dagli storici come la Triplice Alleanza. Nonostante ciò, l’Italia resta a guardare.
Dopo una serie di giravolte politiche, inganni e false promesse, alla fine l’Italia – secondo il suo stile– tradisce: si schiera con inglesi e francesi e contro i suoi stessi alleati di 24 ore prima.
Gli austriaci, per evitare di combattere su un fronte a sud, pur disprezzando l’infido alleato italico, fa delle concessioni tali che risulteranno di poco inferiori a quanto l’Italia otterrà a guerra finita –con in più devastazioni, debiti colossali e, soprattutto, lo sterminio di ben 680mila vite umane.
Ma all’infido Regno d’Italia, con il trattato di Londra (26 aprile 1915), l’Inghilterra sembra promettere molto di più –un “molto di più” che poi non verrà mai dato. Intanto, ciò basta a far decidere al Savoia per l’entrata in guerra –una decisione presa senza il benestare del Governo, secondo prerogativa dello Statuto Albertino.

    L’interventismo, la propaganda e le industrie interessate
In realtà il Paese ed il Parlamento sono contrarissimi all’entrata in guerra, per una serie di ragioni, fra le quali: mancanza di fondi, scarsa preparazione e inadeguatezza dell’esercito, e soprattutto la grande sfiducia che regna nel paese, dopo le recenti batoste delle guerre d’Africa. Ma succede che tra alcune teste pensanti scaturisce l’idea di approfittare della guerra per conquistare le cosiddette terre irredente, cioè territori presunti “italiani”: Trento, Trieste e l’Istria. Qualcuno inoltre pensa che, con un po’ di morti in terra veneta, si riscatterebbe con il sangue l’italianità del Popolo Veneto (italianità tutta presunta e comunque fallita nel 1866, nonostante il plebiscito truffa). Eppure nel Trentino gli uomini idonei all’arruolamento, secondo certe fonti, per il 90% decidono di stare –e quindi combattere– per l’Austria.
Ma sarà tutto inutile. Fior d’intellettuali, politicanti, avventurieri e faccendieri di ogni risma, auspicano la guerra. Si tengono comizi in tutte le città, si affiggono manifesti, si fondano giornali. Si fondano associazioni interventiste come la Dante Alighieri, che il 6 maggio promuove a Verona una manifestazione a favore della guerra, salutando “l’alba radiosa dei più grandi destini della patria (sic)”. Questi interventisti saranno i primi a scappare, all’indomani della disfatta di Caporetto.
E proprio in Veneto il dibattito sull’intervento in guerra si dimostra particolarmente aspro. Qui il vate è un certo Alfredo Rocco, di origine napoletane, che sarà ministro della Giustizia nel periodo fascista. Costui promuove diverse iniziative a favore dell’entrata in guerra. Sono pochi quelli che lo seguono, ma sono influenti e fanno un bel baccano. Il 21 febbraio 1915 fanno convergere a Venezia diversi irredentisti trentini, i quali raggiungono piazza San Marco cantando una marcetta di Goffredo Mameli: il titolo è “Fratelli d’Italia”, e diventerà inno nazionale nel 1946. L’8 marzo, intanto, sul Gazzettino di Venezia viene pubblicato un eloquente richiamo:
    “Qualunque altra città e regione d’Italia potrebbe essere afflitta di viltà neutralista, non mai la regione veneta, non mai Venezia che ebbe dalla neutralità una durissima lezione, ebbe un colpo mortale, la fine del suo glorioso impero di quattordici secoli… Dovrebbe bastare questo ricordo ai veneziani e ai veneti tutti per odiare mortalmente la neutralità… per fortuna e per l’onore di Venezia e della Regione, il Veneto non è per la neutralità”.
Peccato che il Gazzettino del 1915 ometta di citare una “piccola” differenza: nel 1797 la Serenissima subì un’invasione camuffata da “passaggio neutrale di truppe”; mentre nel 1915 l’Italia vuole invadere un altro Paese, con l’aggravante che si tratta di un Paese alleato. Ce ne vuole di coraggio per spacciare tante sciocchezze come amor di patria! A parte le imprecisioni volute (Venezia fu una repubblica non impero, e durò 11 secoli non 14), l’articolo del Gazzettino si conclude con furore patriottico:
    “Il momento solenne e sacro ci incalza, l’ora della determinazione decisiva è giunta! Mostriamoci degni, oltre che del valore, del senso politico e della perspicacia dei nostri padri, e davanti al dilemma che la sorte ci affaccia ritroviamo noi stessi e rispondiamo con l’altro dilemma di Garibaldi a Bixio sull’erta di Calatafimi: qui si fa l’Italia o si muore!” (fossero morti loro!, nda)
E qui si capisce chi sono i veri autori del messaggio. Alcuni storici moderni sostengono oggi che l’Italia doveva entrare in guerra, per portare a termine l’unificazione. E proprio qui sta il punto: l’unificazione si doveva fare per forza?
Ma torniamo alla storia. I paladini dell’entrata in guerra sono ormai unanimemente chiamati interventisti; tra questi i più famosi storicamente saranno Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini. Ma c’è anche il sardo Emilio Lussu, in una prima fase della sua vita; un pensiero che cambierà radicalmente, dopo aver visto e vissuto gli orrori della Grande Guerra, tanto che si convertirà all’antifascismo.

Eloquente disegno satirico austro-tedesco del 1914. Nella contesa, il minuscolo re d’Italia sta a guardare da che parte gli conviene entrare nella competizione, cioè la guerra.

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Eloquente disegno satirico austro-tedesco del 1914. Nella contesa, il minuscolo re d’Italia sta a guardare da che parte gli conviene entrare nella competizione, cioè la guerra.

Regi Carabinieri al fronte nel 1916; in quel contesto, hanno l’ordine di sparare ai soldati che si rifiutano di combattere. (Da “il biennio 1914-1915”, di E. Brunetta, Cesena, 2015).

Intanto Benito Mussolini arriva a Verona nel dicembre 1914, e tiene un comizio a favore dell’entrata in guerra; ci sono 6.000 presenti, e la maggioranza vuole la neutralità; durante il comizio avvengono rapidi scambi di pugni fra le opposte fazioni, fino alla sospensione dell’incontro pubblico per perdurare degli incidenti. L’opinione di non intervenire prevale in quel comizio di Mussolini; ma alla fine sarà l’idea interventista a vincere –e a portare l’Italia in guerra. La sua parte la fa anche un dissidente famoso: il trentino Cesare Battisti il quale, già pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, si trasferisce in Veneto e inizia la sua campagna interventista, sostenendo che questa guerra è “l’occasione irripetibile per acquisire i territori irredenti”.
Non sono molte le anime interventiste; ma si fanno sentire. Anche perché dietro di loro ci sono i soldi degli industriali, che sono un tutt’uno con la massoneria. Gli azionisti dell’Ansaldo spingono e finanche finanziano l’entrata in guerra; denari che poi sarebbero ritornati moltiplicati, grazie alle ingenti forniture militari.
Un altro caso interessante è la posizione della FIAT. La società torinese, agli inizi del 1914, è al 30° posto fra le aziende italiane e rappresenta il 50% del contingente autovetture nazionale –che possiamo immaginare essere un mercato ancora molto contenuto. La FIAT è legata agli ambienti giolittiani e perciò all’inizio è ufficialmente su posizioni neutraliste. In seguito alla crisi del 1907 e la perdita di alcune importanti commesse –tra cui quella della marina tedesca– la società torinese entra in crisi e muta l’atteggiamento verso l’interventismo.
La FIAT aveva già collaborato con lo Stato in occasione della guerra libica; ora nel 1915, l’azienda ha migliorato i suoi mezzi di autotrasporto e a raggiunto una grande specializzazione nella produzione di mitragliatrici ed esplosivi. E così, fra il gennaio e l’agosto del 1915, ottiene un’ingente massa di ordinazioni militari per circa 55 milioni. Denaro su denaro. E la legislazione speciale introdotta dopo la proclamazione della guerra, metterà tutto il personale degli stabilimenti soggetto alla giurisdizione militare, con gli operai sorvegliati da militari e Carabinieri.
“Entrando alla Fiat –scriveva L’Avanti del 22 marzo 1916– gli operai devono dimenticare in modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi ad essere considerati come utensili”. Ovvio che tale sfruttamento porterà ad un incremento senza precedenti del rendimento della manodopera.
Quando nel 1917, gli operai scenderanno nel piazze di Torino per chiedere la pace e la fine dei feroci sfruttamenti, sarà la stessa Casa torinese a premere sul Governo perché proclami “Torino zona di guerra”, e ridurre così la libertà e diritti dei sudditi italiani. La “Patria Italia” si fa riconoscere!
Per gli azionisti dell’Ansaldo e della FIAT, dunque, la guerra di fatto rappresenta un business imperdibile, irrinunciabile; in pratica, bisogna fabbricare armi e mezzi a vagoni. Giusta e logica, come prospettiva capitalistica. Ma è demagogia ricordare oggi che quegli azionisti e i loro figli non sarebbero mai andati nelle prime linee ad usare le loro armi e i loro mezzi? …probabilmente sì, dirlo è demagogia.

E per concludere, non possiamo non citare le grottesche corazze Farina. Acquistate dai comandi militari –immaginiamo la cresta sulle commesse–, sono costituite da pesanti corpetti di ferro, sormontati da un elmo di tipo medievale; il costruttore le autocertifica “per resistere ai proiettili delle mitragliatrici a una distanza superiore ai 125 metri”; e sono presentate come lo strumento “per la massima protezione fisica del soldato”. Nella pratica, invece, si riveleranno un disastro completo: oltre al peso eccessivo e alle conseguenti difficoltà di movimento per i poveri soldati, le corazze proteggono solo il torace e la testa, lasciando del tutto scoperto il resto del corpo; e ovviamente i mitraglieri austriaci mirano soprattutto alle gambe. Inoltre, se un proiettile è di calibro leggermente superiore a quello certificato, e/o la distanza è inferiore ai 125 metri, il colpo penetra agevolmente la corazza, uccidendo il soldato. Le famigerate corazze Farina procureranno soldi a palate agli industriali costruttori e ai committenti degli alti gradi militari; in cambio, faciliteranno lo sterminio dei poveri soldati. E fermiamoci qui.
E così il 24 Maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria. Il vecchio imperatore Francesco Giuseppe, lo stesso giorno, fa pubblicare un dignitoso quanto accorato messaggio ai suoi popoli. Le prime parole sono:
    “Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento di cui la Storia non conosce l’esempio, fu consumato dal Regno d’Italia contro i due alleati dopo l’alleanza di più di trent’anni”.

Breve profilo dell’interventista Gabriele D’Annunzio
Nelle vicende della Prima Guerra Mondiale fa diverse apparizioni il famoso poeta D’Annunzio, italianista e interventista convinto. Qui ovviamente non guardiamo il profilo dell’artista, ma quello dell’interventista. Da massone iscritto al Grande Oriente d’Italia, la sua missione nel 1915 è quella di far entrare in guerra l’Italia.
Senza dubbio, è un personaggio geniale e furbo; ma anche un cinico profittatore. Prima della guerra vive in Francia, dove è saggiamente riparato (fuggito, nda) a causa degli enormi debiti contratti. Nel periodo 1910-1915 è già un apprezzato letterato pieno di debiti, che fra l’altro crede fermamente nella grandezza della Storia veneta, anche se sempre in chiave filo-italiana. E’ un tale estimatore della Serenissima Repubblica, che arriverà a chiamare “Serenissima” la sua squadriglia di aeroplani che intraprenderà il famoso volo su Vienna il 9 agosto 1918. Tra le sue opere, diventerà celebre lo scritto “elogio a Lazzaro Mocenigo”.
I potenti interventisti assoldano il prestigioso ed indebitato letterato, cancellandogli tutti debiti; in cambio, egli dovrà scrivere ricche odi e convincenti articoli sui giornali nazionali, oltre a tenere diversi comizi, il tutto in favore dell’entrata in guerra. Così, con i soldi della massoneria, nel 1915 il vate rientra dalla Francia, e crea già problemi alla dogana perché si porta dietro ben 6 vagoni ferroviari di cose proprie! Potenza del denaro: dalla povertà per debiti, all’esagerata ostentazione di ricchezza.
Durante la guerra, il D’Annunzio ha la sua base del “fronte a mare” nella veneziana Casetta Rossa, mentre per il “fronte a terra”, risiede nel lussuoso Palazzo Giusti a Padova. Il Vate si sposta di base in base (in automobile o accompagnato in aeroplano, ma sempre lontano dai pericoli della guerra); egli va spesso in visita agli acquartieramenti delle prime linee, per rincuorare e spronare i soldati; grazie alla sua straordinaria verve poetica, sfodera retorica patriottarda in pomposi comizi, in gran parte dei quali i poveri soldati non ci capiscono nulla.
In Vietnam i comandi americani manderanno ballerine sexy e belle cantanti. L’Italia alle truppe in guerra nel 1917 manda il D’Annunzio. Il quale poi, finiti i suoi sermoni, torna in fretta al suo mondo poetico-dorato, sprofondato nei “lussi intellettuali” e in una depravazione sempre più spinta. Nel 1917 saranno i soldati della Brigata Catanzaro che, rivoltandosi, tenteranno di fargli la pelle come ringraziamento per i suoi pistolotti poetici. Non riusciranno a mettergli le mani addosso, e il Vate si salverà per miracolo. Ma avrà il sadismo di assistere alle fucilazioni dei soldati ribelli e di scriverne addirittura un’ode (v. Cap. 5).
E’ bello e soprattutto facile fare i patrioti così, al sicuro e sprofondati nel lusso, finché a soffrire, marcire e morire sono gli altri. Questo cliché di patriottismo italiano è soprattutto presente oggi, nei dorati palazzi del potere romano della “Patria Italia”.
2.9.2   L’economia del Veneto trascinata al disastro dall’entrata in guerra
Il nostro Veneto –occupato illegalmente dall’Italia mediante un falso plebiscito, e già provato da 50 anni di tirannide savoiarda– costituirà il terreno di battaglia della Grande Guerra: un terreno che sarà bagnato col sangue dei suoi stessi figli (veneti), e degli altri poveri giovani contadini del Sud: tutti mandati a morire in una terra per loro lontana, a causa di una guerra che non è affatto la loro.
La guerra appena dichiarata, porta subito disastri economici. Il porto di Venezia perde i 3/4 del lavoro. Il giornalista Francesco Jori, nel suo recente saggio “Ne uccise più la Fame”, Pordenone 2014, cita gli studi della storica veneziana Bruna Bianchi, che così descrive la situazione di Venezia e del suo porto:
    “In poco più di due mesi (agosto-ottobre 1914, nda) il tonnellaggio delle merci sbarcate si ridusse del 75% causando la disoccupazione di oltre 1.500 scaricatori. Nell’ultimo quadrimestre del 1914 l’importazione di carbone si ridusse del 58,7%, quella dei cereali del 97,3%, quella dei fosfati del 77,7%. Dopo una leggera ripresa dei primi mesi del 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia l’attività portuale cessò completamente per riprendere solo nelle ultime settimane del 1918, a guerra conclusa. Questa fu la più grave crisi che colpì la Capitale veneta dall’epoca dell’annessione. Chiuso assolutamente il porto alla navigazione commerciale, tagliata fuori dalle città dal movimento degli eserciti, privata dell’industria dei forestieri, sottoposta alle più dure norme di guerra, Venezia dal maggio 1915 a tutto il 1918 rimase, si può dire, avulsa dalla vita economica della Nazione”.  
Molti lavoratori veneti, che erano emigrati nei paesi ora interessati dal conflitto, sono costretti a rientrare, andando così ad ingrossare le fila dei disoccupati. Lo storico Marco Mondini, in uno studio eseguito in collaborazione con l’Università di Trento, quantifica in 162.361 i rimpatri in Veneto durante i primi mesi del conflitto: un terzo del totale italiano. Bassano, ad esempio, su una popolazione di 18mila abitanti, fra agosto e dicembre 1914 vede rientrare ben tremila persone. Si profila un disastro economico di proporzioni gravissime, in un territorio destinato a subire direttamente le devastazioni della guerra.
 
    L’inizio delle ostilità per l’Italia
La guerra, dunque, sta per iniziare. E causerà immani tragedie, distruzioni e disastri umani, sociali, ed economici; e chi ne pagherà il più alto prezzo sarà il Veneto e la popolazione veneta. Alla fine, i morti saranno 680mila, dei quali almeno 200mila veneti. E si conteranno ben 463mila menomati (piccoli invalidi); e saranno in 77mila fra ciechi, storpi e gravi mutilati. A ciò si aggiungerà il dramma dei profughi sfollati e degli internati del Veneto orientale, calcolati fra i 270 e i 400mila: in gran parte contadini, che dovranno lasciare le loro case, i campi, la loro vita quotidiana, il loro tutto. Un’autentica tragedia dell’anima.

Anche se la famosa canzone recita che i fanti marciano il 24 maggio, in realtà la guerra per l’Italia inizierà un mese dopo, con la prima offensiva sull’Isonzo (23 giugno). Nel frattempo, vengono inviate alcune pattuglie oltre confine, fra cui i bersaglieri in bicicletta, che trovano il fronte praticamente indifeso. Così, pochi soldati italiani riescono a penetrare per 6 chilometri nel Friuli austriaco, pensando che tutto sia facile; a difesa di quei territori gli imperiali hanno lasciato pochi soldati e comuni gendarmi, più per rallentare l’avanzata italiana che per opporre una vera resistenza. Il vero esercito, infatti, è più a nord-est che si sta organizzando: sono approntate imponenti linee difensive che obbligheranno a combattere una lunga guerra di trincee, per niente facile, e anzi sanguinosissima.
Ma intanto, a fine maggio 1915 il fronte è già violato. I soldati italiani che arrivano nella fascia friulana appena conquistata, sono accolti con inaspettata freddezza, antipatia e perfino ostilità. E il re Vittorio Emanuele III si lamenterà che “gli italiani del Friuli hanno accolto i nostri soldati come nemici”.
E ti credo! Entri in casa d’altri –non in casa tua– dichiarando la guerra a tradimento, poi che cosa ti aspetti? Fiori e baci? Il bello è che lo stesso pensiero sopravvive ancora nelle menti di molti italianisti di oggi, che si ritengono “razza Piave”.
Al di là dei primi sfondamenti del fronte friulano, rimane tuttavia un dato incontrovertibile: l’Italia non è affatto pronta per la guerra. E infatti l’esercito manca di tutto: mezzi, armi e generali capaci. Scrive Del Boca nel già citato libro:
    “C’era poco di tutto e mancava soprattutto l’intelligenza. I numeri risultavano abbondanti soltanto per la presenza di uomini (…)”.
Per organizzare l’esercito, sono richiamati dall’estero centinaia di migliaia di emigrati. Quei poveri disgraziati che la “Patria Italia” aveva abbandonati, umiliati e costretti a partire, ora la stessa “patria” li chiama a combattere. Ma giustamente, col cavolo che questi rispondono! Alla fine, su un totale di 470mila renitenti alla chiamata, ben 370mila saranno emigrati.
Pur tuttavia, saranno milioni i giovani arruolati all’ammasso: gran parte poveri contadini (molti analfabeti) e operai, artigiani, con qualche volontario studente; mentre i figli dei notabili, dei ricchi e delle famiglie immanicate con le autorità, scampano facilmente alla leva militare, come imboscati di lusso. Conclude Del Boca:
    “…qualcuno poteva pensare che contadini e operai si trasformassero in guerrieri, solo perché qualcuno l’aveva deciso, e a qualcun altro faceva comodo? Gli sciagurati lo pensarono!”
E lo pensa, anzi ne è certissimo, quel generale Luigi Cadorna che all’epoca è capo delle forze armate in guerra –di fatto il comandante dei massacri. Prima di rivelarsi un autentico criminale di guerra, costui è già un fenomenale farabutto quando, poco prima di dedicarsi alla guerra appena dichiarata, compra un bel mucchio di azioni dell’Ansaldo. Ma non finisce lì; chi è colui che ordinerà, senza controlli di spese, le forniture di armi e materiali bellici? Sempre lui, il Cadorna! Immaginiamo ora le creste sui prezzi, sulla qualità dei materiali, eccetera. E le tangenti? Una spirale infinita che continuerà fino alla fine del conflitto. Parola d’ordine? Rubare. E sulla pelle dei poveri figli mandati a morire. Dire conflitto d’interesse, sarebbe un complimento. Eccola qua la “Patria Italia”, per cui adesso bisogna morire. Ed ecco alcune note del “grande” generale Cadorna, destinate ai comandi e agli ufficiali:
    “Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice”.
    “Le sole munizioni che non ci mancano sono gli uomini”.
    “Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi”.
    “Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale”.

La ritorsione degli austriaci, per il tradimento dell’Italia, sarà tremenda. Le postazioni austriache spareranno con moderni cannoni a lunga gittata sui centri abitati veneti di confine, esposti e indifesi, come ad esempio sui comuni dell’Altopiano di Asiago. E così, nel 1916, gli abitanti si trasformeranno in profughi. E diranno: “Grazie, Italia”.

2.9.3   Fratelli d’Italia internati
Nell’estate 1915 i soldati italiani entrano nella fascia friulana appena conquistata, dove sono accolti dalle popolazioni con inaspettata freddezza. Di fatto, l’esercito italiano arriva come invasore e non come liberatore. Manca perciò qualsiasi organizzazione di propaganda, di mediazione, di contatto; insomma, qualcosa che aiuti a rompere la diffidenza delle popolazioni locali –che non si sentono affatto “italiani da redimere”.
Malgrado ciò, le autorità militari attuano una miope politica di internamento dei civili, etichettati come “austriacanti” e “anti-italiani”. Gli internamenti cominciano già dai primissimi giorni di guerra, e fino a metà dicembre 1915. Caleranno solo dopo il 9 agosto 1916, quando gli italiani conquistano definitivamente Gorizia con la sesta sanguinosissima offensiva dell’Isonzo. Tutto ciò, in completa violazione della Convenzione dell’Aja che l’Italia aveva sottoscritto.
Il termine internamento significa “spostamento coatto di persone dalla propria casa” verso altri luoghi, per lo più lontani, o in case di cura, o perfino in carceri. Si differenzia dall’invio al confino (esilio), che è l’espulsione di un soggetto che poi non viene più controllato, ma eventualmente bloccato se tentasse di rientrare nel luogo da dove è stato espulso. Nel caso specifico, gli spostamenti coatti sono attuati all’interno del territorio italiano, ma verso terre lontane dal Veneto Orientale (il futuro Friuli), e quasi sempre nel Centro-Sud della Penisola. Si tratta soprattutto di sacerdoti, impiegati, commercianti, funzionari pubblici (dell’ex autorità austriaca), e tante altre persone normalmente più in vista e generalmente ben rispettate.
Lo scopo dichiarato degli internamenti è quello di prendere le precauzioni per salvaguardare i piani di guerra e le truppe. In realtà, i signori generali sono ormai sprofondati nella psicosi delle spie, che cresce sempre di più anche negli ambienti governativi, a causa delle molte sconfitte incassate nei primi mesi di guerra.
E d’altronde chi è abituato a tramare, tradire e fare la spia, poi sospetta di tutti. Una psicosi appunto, che ben presto sfocerà in abuso verso persone innocenti delle zone occupate, soprattutto di Gorizia e Gradisca.
In un tale clima, dunque, basta un sospetto, o una delazione, o anche solo false accuse per rancori personali, perché chiunque possa essere arrestato e internato. Così il capo del Governo Salandra spiega il provvedimento al Parlamento, l’11 dicembre 1915:
    “L’allontanamento dalla zona di guerra di cittadini (…) è provvedimento di polizia militare fondato sulla condotta, su relazioni con l’estero, su pubbliche dichiarazioni, su considerazioni di qualsiasi natura che inducono a far ritenere pericolosa la presenza di individui che, anche inconsciamente e senza loro colpa, possono comunque avvantaggiare le condizioni del nemico”.
Siamo all’inquisizione! Il potere di rovinare famiglie e condannare all’esilio le persone, sta tutto nelle mani dei comandi militari e dei Regi Carabinieri. E abbiamo visto che bei generali ci sono nei comandi militari.
La psicosi rasenterà la follia pura, quando nel 1917 gli alti comandi arriveranno a credere che gli austriaci, per il loro spionaggio, si servano di colombi viaggiatori! Da qui il divieto di allevarne, di qualsiasi razza; poi l’ordine di eliminare pure quelli “piazzaioli”, o di tagliarne le penne delle ali! La farsesca caccia ai colombi, ordinata da farseschi generali, finirà con il classico nulla di fatto. Ma il bello della storia è che anche i comandi italiani, dopo la disfatta di Caporetto, si serviranno di colombi viaggiatori per ottenere informazioni sui movimenti delle truppe austriache nei territori appena perduti; e puntualmente, i comandi austriaci bandiranno l’allevamento e la detenzione dei pennuti. La guerra è anche questo.
Ma torniamo agli internamenti. La questione arriva inevitabilmente in Parlamento dove alcuni deputati della minoranza sollevano interpellanze e polemiche. E allora che ti fa il Governo? Crea una Commissione di riesame per gli internati! La quale tutto farà (incluso pagare stipendi elevati ai burocrati), tranne risolvere il problema. La Commissione, infatti, riesamina le cartelle degli internati ed esprime dei pareri: che sono per la maggioranza in sintonia con le decisioni prese unilateralmente dagli alti comandi (guarda caso!). Tutto esattamente come oggi.
Alla fine del 1916 la Commissione arriverà a riesaminare 1.435 casi di civili internati, accogliendo solo 183 richieste di rimpatrio; ma di queste, solo 68 rimpatri saranno realmente eseguiti (il 4,7%). In un primo tempo il Governo stabilisce un tetto di 2.000 internamenti; ma al maggio 1916 ne sono censiti 3.270; e probabilmente sono molti di più. Il calvario degli internati terminerà nel 1919 con i lenti rimpatri, ostacolati da enormi difficoltà burocratiche –molti non torneranno mai più alle proprie case.

E’ tuttavia doveroso segnalare che anche gli austriaci, nei loro territori interessati dal teatro di guerra, attuano a loro volta gli internamenti di personaggi dichiaratamente filo-italiani, cioè simpatizzanti della causa risorgimentale; sono soprattutto abitanti delle zone di Gorizia e Trieste. Ma bisogna anche distinguere che gli internamenti effettuati dagli austriaci sono pochi rispetto a quelli attuati dagli italiani, e sono soprattutto mirati: quelli che lo subiscono dagli austriaci sono dichiaratamente “filo-italiani”; gli internamenti imposti dal Governo italiano, invece, colpiscono quelli anche solo sospettati di essere “austriacanti”.

2.9.4   Davanti il nemico; dietro i Carabinieri
Gli assalti ordinati dal supremo comandante Cadorna si basano tutti sul numero: tanti soldati all’attacco, e si vince solo se c’è un soldato in più del numero delle pallottole nemiche. E così sono massacri continui. Muoiono a migliaia al colpo, come mosche.  I poveri soldati si vedono distribuire le razioni di grappa e brandy militare, e capiscono che la battaglia è imminente: è l’ora di morire. Non c’è scampo.
Ad un certo punto, però, qualcuno si rifiuta di uscire dalle luride trincee per farsi ammazzare inutilmente. E allora, ecco come piegare gli insubordinati: appena dietro le trincee sono appostati i Carabinieri del Regio Esercito con le mitragliatrici spianate, pronti a sparare alla schiena se uno, due, o cento si rifiutano di uscire all’assalto. Così saranno in molti a morire uccisi dal fuoco “amico”. Come una fucilazione più immediata che sommaria. Fra le compagnie dei soldati vige un’attivissima caccia ai sediziosi, anche quelli che solo si azzardano a commentare negativamente le ragioni della guerra. Gli autori del libro “Plotone d’esecuzione”, Bari 2008, raccontano che i comandi militari mandano perfino dei carabinieri travestiti da marmittoni, con il compito di spiare e raccogliere informazioni su quei soldati che si dimostrassero “scarsamente patriottici”. E saranno in molti i condannati, anche a morte, solo per aver parlato male della guerra.  
Ma l’assassinio –giusto chiamarlo così– è all’ordine del giorno, e non è solo compito dei Regi Carabinieri. Infatti, ufficiali e ufficialetti, mezze tacche di aspiranti graduati, tutti si sentono in dovere di sparare loro stessi ai soldati, oltre che farli fucilare anche solo perché sospettati di non aver voluto uscire dalle trincee per combattere. Nelle luride fosse, piene di fango, topi ed escrementi, regna il terrore; perché gli ufficiali e gli aspiranti provano un gusto sadico nell’uccidere. E sono tutti spronati dal capo supremo, quel Cadorna che pretende disciplina e sangue senza remissione.

Breve riflessione
Ora io che scrivo, sento il bisogno di condividere una breve riflessione. Nel corridoio della caserma del Comando provinciale di Brescia –la sede dei Carabinieri del ROS di Brescia, i cui agenti ci hanno tratto in arresto il 2 aprile 2014– vi è una lapide che ricorda il capitano del Carabinieri Giuseppe Masotti, di Rivoltella (BS), premiato con la medaglia d’argento al valore militare, e al cui nome la caserma è intitolata.
La lapide parla di “mirabile esempio di fermezza e coraggio” poiché il militare “incaricato del servizio di polizia, spingendosi fin sulle prime linee sotto il violento bombardamento nemico, vi riconduceva militari sbandati e disciplinava i movimenti dei reparti che ripiegavano. Cadde colpito a morte da una scheggia di granata avversa. 25-27 ottobre 1917”.
Nel 1917 il capitano Masotti è proprio uno dei Regi Carabinieri che si occupa di punire i renitenti al combattimento; più giusto sarebbe dire che si occupa di “freddare” i soldati che si rifiutano di farsi ammazzare. Un macabro ruolo, dunque.
Ma sulla lapide c’è scritto dell’altro. Il capitano Masotti, prima della Grande Guerra, aveva già ottenuto due medaglie al valore civile; una di bronzo a Palermo (1907) per aver salvato dei feriti sotto il crollo di una casa, e una d’argento in Calabria (1914) per aver sedato una rissa pericolosa, beccandosi una coltellata.
Come potremmo definire questo carabiniere? Un esecutore di poveri soldati mandati al macello durante la Prima Guerra Mondiale? Oppure un generoso milite che mette la vita al servizio della gente? La disquisizione è tuttavia semplice; durante la Prima Guerra Mondiale al capitano Masotti viene ordinato di eseguire e/o organizzare le ignobili esecuzioni dal criminale Cadorna e dai suoi generali; nel 1907 e nel 1914, invece, il capitano mette volontariamente a repentaglio la propria vita al servizio della gente, senza che nessuno glielo imponga.

Regi Carabinieri al fronte nel 1916; in quel contesto, hanno l’ordine di sparare ai soldati che si rifiutano di combattere. (Da “il biennio 1914-1915”, di E. Brunetta, Cesena, 2015).
Regi Carabinieri al fronte nel 1916; in quel contesto, hanno l’ordine di sparare ai soldati che si rifiutano di combattere. (Da “il biennio 1914-1915”, di E. Brunetta, Cesena, 2015).

 

L’esempio del carabiniere Masotti ci serva per riflettere, e non cadere nella facile tentazione di condannare l’Arma dei Carabinieri a prescindere. Anche i Carabinieri sono stati –e sono tutt’ora– le vittime di questo Stato. Ci basti anche solo ricordare la straordinaria figura del carabiniere Salvo D’Acquisto, colui che –per usare le parole di Flavio Contin– sarà forse il più puro eroe di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

Le fucilazioni
Per le fucilazioni delle decimazioni, c’è l’ordine che ad eseguirle siano plotoni e ufficiali provenienti dalla stessa provincia dei condannati. Poi i nomi sono trasmessi al sindaco del paese di provenienza di ciascun giustiziato, in modo che la famiglia, oltre al lutto, abbia a patire anche il marchio dell’infamia. Tutto voluto dal generalissimo Cadorna. Ma si può essere più disumani di così?
Sì, e ancora di più, al solo pensare alle decimazioni. Quando un colpevole di sospetta vigliaccheria non viene trovato, si procede con il sorteggio di dieci sfortunati, da prendere e fucilare. Ma soprattutto, vengono decimati a sorte i reduci sopravissuti in attacchi non riusciti, per dichiarata “palese vigliaccheria”. Finiscono fucilati così anche molti feriti scampati ai massacri. E Cadorna, il gran bastardo, poi non mancherà di complimentarsi con gli inetti ufficiali ben paraculati, per “l’esemplare ripristino della disciplina” (Sulle fucilazioni di soldati, vedi anche Cap. 5).
Riguardo le decimazioni, vi è da raccontare una dolorosa storia proveniente da un diario di guerra; una storia che, se non fosse tragica e allucinante, sarebbe grottesca. In un certo reggimento di fanteria, nel 1916, scoppia un’insurrezione; alcuni soldati gridano che non vogliono andare in trincea, e sparano in aria alcuni colpi. Ma, come quasi sempre accade, l’insubordinazione si placa in fretta. Il colonnello della compagnia ordina un’inchiesta, che però non trova i colpevoli. In questi casi, allora si passa al sorteggio per la famigerata decimazione. Siamo al 28 di un certo mese; la data è importante, poiché sorteggio ed esecuzioni sono fissate per il 30 del mese, cioè due giorni dopo. Succede, però, che il 29 del mese arriva una trentina di uomini di complemento per rinforzare la compagnia. Sono soldati che naturalmente non c’entrano nulla con l’insubordinazione del giorno precedente. E arriviamo al 30 del mese, cioè il giorno della decimazione. L’assistente si assicura che nel sorteggio non siano messi i nomi dei nuovi arrivati, dal momento che i tumulti erano scoppiati prima del loro arrivo. Ma il colonnello, inflessibile, ordina di sorteggiare anche i 30 soldati di complemento! E così, finisce che due dei nuovi arrivati cadono per malasorte fra i dieci da fucilare. Uno dei due sviene; ma l’altro, già bendato e pronto alla fucilazione, si rivolge al colonnello, e gli grida che è innocente, essendo arrivato solo il giorno prima. I testimoni racconteranno che la scena è straziante: l’uomo tenta di spiegare al colonnello che è padre di famiglia e lo implora, in nome di Dio, di risparmiargli la vita. Ma il Colonnello risponde “paternamente”:
    “Figliolo, non posso cercare tutti quelli che c’erano e non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio”.
Istanti dopo, i sorteggiati sono tutti fucilati. L’assurdo assassinio è compiuto.
 Non bastasse la guerra, dunque, la morte arriva dagli stessi ufficiali superiori. E ci provano perfino gusto, i signorini! Eppure, il sadismo degli alti comandi si manifesta anche nelle cose più banali: se un soldato ritarda il rientro da una licenza –le rare licenze accordate– viene condannato all’ergastolo! Alla fine della guerra, ammonteranno a 870mila i processi celebrati, con centinaia di migliaia di accuse di renitenza e insubordinazione; 210mila saranno le condanne, con 15mila ergastoli, e ben oltre 4.000 condanne a morte per tradimento e diserzione –condanne per la gran parte eseguite mediante fucilazione alla schiena.

2.9.5   Assalti continui, morti a decine di migliaia
Il criminale Cadorna non è il solo nella sua follia omicida. Altri generali, quasi tutti piemontesi, si dimostrano via via inetti, sadici e assassini. Chi più chi meno ma praticamente tutti, si dimostrano oltremodo incapaci, inaffidabili e perfino militarmente stupidi. Peccato che la loro personale stupidità ed incapacità venga pagata con il sangue di soldati innocenti. Ci sono innumerevoli esempi, talmente scandalosi, da preferire di non raccontarli –riportiamo solo i titoli di tre libri: “La fucilazione dell’alpino Ortis”, Calderoni, 1999, Mursia; “Fratelli d’Italia”, Sara e Giorgio Milocco, C. S. Monfalcone, 2002; e il già citato “Plotone d’esecuzione” Monticone e Forcella, Laterza, Bari 2008.
Incapacità, imbecillaggine e stupidità; ma anche crudeltà e soprattutto ignavia: a questi generali e sottufficiali non frega nulla dei loro soldati e della loro sorte; quando li fucilano neppure conoscono i loro nomi, neppure se ne curano.
E’ tuttavia doveroso ricordare che qualche galantuomo, onesto e coraggioso, si trova anche fra gli alti gradi militari, sebbene sia merce rara. Uno fra questi è il generale Caviglia, che non lesina critiche al Duca d’Aosta il quale, per avanzare di un chilometro, spinge al massimo i combattimenti che provocano 15mila morti. “Qualsiasi pazzo è capace di far ammazzare la gente”, è il commento di Caviglia sul Duca, al secolo Emanuele Filiberto di Savoia.
E diamo uno sguardo ai più importanti assalti suicidi (per i soldati) ordinati dal Cadorna e dai suoi generali (loro sempre al comodo e al sicuro).
Con l’inizio delle ostilità, l’Italia si trova a corto di volontari per la guerra, nonostante la massiccia e costosa propaganda (si presentano appena 8.000 volontari). Ecco dunque che vengono reclutati contadini, operai e povera gente in genere, con una leva obbligatoria per un totale di 5 milioni e 698mila uomini –che saranno carne da cannone per una guerra assurda e inutile. Una verità che io ripeterò fino alla nausea.

La prima offensiva dell’Isonzo il 23 giugno –che, secondo i generali, doveva dare una gran spallata e aprire i varchi delle truppe verso la rapida vittoria– lascia oltre 2.000 morti, 11.500 feriti e almeno 1.500 dispersi; ma nessun varco è stato aperto tra le linee nemiche. Nessun problema, ce ne sono di uomini da usare ancora! Infatti la seconda offensiva registra perdite per 42mila unità; e ancora nessun varco. Allora i grandi generali comandano una terza offensiva, in novembre, che provoca perdite maggiori: 67mila uomini fra morti, feriti e dispersi; ma niente da fare, le linee rimangono le stesse. E allora si continua. Pochi giorni dopo la terza, ecco la quarta offensiva dell’Isonzo, che lascia a sua volta 49mila perdite. Si vede che il nemico ha sempre una pallottola in più del totale dei soldati italiani –secondo le teorie del criminale Cadorna.
Siamo nel marzo 1916, e bisogna continuare a combattere e morire. Dopo otto giorni di battaglia, la quinta offensiva provoca ben 140mila fra morti, feriti e dispersi.
In agosto finalmente una piccola svolta: la sesta offensiva permette di conquistare Gorizia; ma il prezzo in vite umane è altissimo: 21.630 morti con 52.940 feriti.
Fra settembre e novembre 1916 vengono lanciate altre tre offensive, che avrebbero anche questo dovuto essere le “spallate” finali; invece, provocano inutilmente altri 37mila morti e 88mila feriti.
Nel maggio 1917 prende il via la decima offensiva, praticamente senza risultati, ma con 150mila perdite. Ormai è un’ecatombe. L’undicesima offensiva dell’Isonzo, l’ultima finalmente, si combatte nell’agosto 1917 e lascia sul terreno ben 165mila uomini fra morti e feriti.    Eppure, fra la decima e l’undicesima offensiva, il pazzo Cadorna trova il tempo di ordinare un cruento quanto inutile attacco in Trentino, per ricuperare alcune rocce da lui ritenute importanti: è la battaglia del monte Ortigara; che viene in effetti valorosamente conquistato dagli alpini; ma con 25mila perdite, fra morti, feriti e dispersi. Il monte Ortigara resterà nella memoria come il Calvario degli Alpini –alla cui dignità storica va il massimo rispetto, malgrado il perdurante e ostinato equivoco dell’esibizione della bandiera della morte: il tricolore.
    
Bombe dal cielo e distruzioni in diverse città
La guerra viene combattuta anche dal cielo, e non si tratta certo di bombardamenti chirurgici, poiché seminano morte e distruzione di obiettivi civili, anche se la Convenzione di Ginevra lo vieta. Durante l’intero arco del conflitto, il territorio del “beato” Regno d’Italia subisce circa 500 incursioni aeree con relativi bombardamenti, di cui quasi la metà nel solo Veneto: i bombardamenti provocano 984 morti e oltre mille feriti, tutti civili. Il 40% degli attacchi si concentra nell’anno 1916.
Ad ogni incursione aerea di una parte, risponde un’incursione aerea dell’altra parte, con annesso sgancio di bombe. L’aviazione italiana comincia con il bombardare la zona di Nova Gorica e Castagnevizza; gli austriaci rispondono con incursioni e bombe su Venezia e Latisana, e con una rappresaglia su Udine.
Le prime vittime si registreranno poco dopo a Bari, che è sede di un arsenale  militare: i  morti sono 11 e 17 i feriti. Verrà colpita anche Milano (14 febbraio 1916) con 13 morti e 40 feriti.
In Veneto, le incursioni austriache si suddividono così: 31 nel 1915, 91 nel 1916, 49 nel 1917 e 70 nel 1918. Verona subisce il più grosso attacco la mattina del 14 novembre 1915, quando tre aerei sganciano 15 bombe in varie parti della città, inclusa la centralissima Piazza delle Erbe: il bilancio è di 38 vittime e 48 feriti. Serie di bombe cadranno in tutto il Vicentino e in diverse zone del Padovano, creando decine di morti e molti feriti. Montebelluna e il Trevigiano, dopo la disfatta di Caporetto, subirà 33 incursioni aeree e lo sgancio di 400 bombe. Venezia rimane tuttavia un bersaglio privilegiato: nel corso del conflitto subisce 42 incursioni, che provocano la morte di 52 persone e il ferimento di altre 84, oltre alla distruzione di importanti opere d’arte. In effetti, le autorità approntano delle protezioni ai monumenti più importanti, e vengono rinchiuse in casse diverse opere d’arte. Ma non basterà a preservare molti bersagli che saranno distrutti o seriamente danneggiati.
Nell’agosto 1916, vengono sganciate 200 bombe nell’arco si una sola settimana; e nella notte del tra il 26 e 27 febbraio 1918 ne saranno sganciate addirittura 300. Tra novembre 1917 (dopo la disfatta di Caporetto) e l’aprile 1918, Venezia si svuota: da 113mila abitanti, ne rimarranno poco più di 40mila. Ma su tutto il Veneto le incursioni continuano. In realtà, si tratta di rappresaglie che si potrebbero evitare, poiché per la gran parte non hanno veri obiettivi militari strategici: né da una parte, né dall’altra. A questi devastanti e sanguinosi bombardamenti di ritorsione, tentano di porre un freno i vescovi dell’intero Veneto quando, il 14 marzo 1918, scrivono una lettera congiunta al presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando; così si esprimono i vescovi:
    “Incomincia già a formarsi nelle popolazioni del Veneto la persuasione che il governo austro-ungarico desisterebbe da ogni bombardamento sulle nostre belle e patriottiche città, qualora ottenesse una reciproca promessa da parte del Governo Italiano”.  Ma Orlando, sprezzante, risponde con una secca nota in cui afferma che “si tratta di una barbarie ascrivibile esclusivamente al nemico”.
Nuovamente, lo Stato italiano se ne frega delle sue popolazioni, ora continuamente bersagliate dai bombardamenti aerei (e molte città e paesini del Veneto sono rasi al suolo dalle due artiglierie: peggio perfino di quanto accadrà nella Seconda Guerra Mondiale). Se infatti cessassero le incursioni sul territorio nemico, si ottenerebbe lo stesso reciproco trattamento; ma il Governo non lo fa, e dunque le popolazioni locali continuano a subire. Questa è, ancora una volta, la Patria da …ringraziare.

Vignetta satirica su un giornale dell’epoca, che accosta le vittime della guerra ai profitti.
Vignetta satirica su un giornale dell’epoca, che accosta le vittime della guerra ai profitti.

2.9.6   Caporetto e la “Patria Italia”
Torniamo alle tristi vicende della guerra combattuta nelle trincee. Le spaventose perdite precedentemente annotate si riferiscono alle operazioni più importanti; purtroppo, se ne conteranno molte di più. E sarà un bilancio terribile. Nel complesso, però, i poveri soldati-contadini si battono come leoni; ma faticano ad accettare di dover morire, magari per il capriccio di un ufficiale esaltato, o per una dimostrazione di forza degli alti comandi. Loro, generali ed ufficiali, lanciano gli assalti; e poi li osservano con i binocoli dalle retrovie, e li commentano come se si trattasse di una partita con la play-station: “La prossima volta facciamo così e così”, dicono; mentre gli altri muoiono a migliaia. E’ stata fatta così l’Unità, sig. Napolitano Giorgio?
Ma poi, si può davvero pensare che una progenie di generali inetti, che negli ultimi 60-70 anni avevano conosciuto solo sconfitte e disonori militari, possa ora studiare e vincere una guerra di tale portata? Eppure nel 1915 il Savoia ne è convinto.
Il Veneto e il Friuli pagano anche il prezzo delle devastazioni del territorio, oltre alle requisizioni degli edifici da adibire a ospedali, magazzini e quartieri generali. Sono molte le ville e i palazzi di lusso messi a disposizione degli alti ufficiali, degni compari dell’esaltato Cadorna: loro spendono le giornate sprofondati nei lussi più scandalosi; mentre a pochi chilometri le truppe marciscono dentro schifose trincee di fango. Questi farabutti con le stellette pensano al barbiere, all’aperitivo al bar, al corteggiamento di qualche ricca dama. Si ha notizie di un colonnello (certo Boccacci) il quale, sentendosi un playboy, si ossigena i capelli –il look è importante!– e poi nel lussuoso palazzo dove risiede, adibisce un’ala intera a night club, per fare festini hard con ragazze selezionate nei bordelli: il playboy le fotografa nude, e sviluppa i negativi nei laboratori dell’esercito (a spese dello Stato, ovvio); poi le distribuisce agli altri pagliacci con le stellette, per commentare i dettagli fisici delle signorine.
Dunque: i poveri ragazzi in prima linea muoiono massacrati dal fuoco austriaco, o fucilati alle spalle dai Carabinieri; e questi alti ufficiali fanno gli strafighi. Ma quanto bastardi bisogna essere, per tollerare ancora le celebrazioni di una guerra condotta in tale meschina maniera? Quanto tempo ancora continuerà la Colossale Menzogna?
E Caporetto si avvicina…
Intanto, sul fronte, i vagoncini delle teleferiche portano le misere provviste alle prime linee; ma nei giorni di battaglia, tornano carichi di feriti in gran parte morenti, chi con gambe in poltiglia o braccia spappolate, chi con il petto squarciato. Gli addetti che scaricano quei disgraziati fra urla di dolore, talvolta non sanno a chi attribuire i pezzi di gambe e braccia; così, per evitare di uscire del tutto di senno, si fanno trasferire alla raccolta dei cadaveri, spesso già in putrefazione; ma almeno non urlano.
Già, i cadaveri: quelli che si riescono a raccogliere; perché la maggior parte rimane accatastata fuori dalle trincee, in mezzo ai campi, a marcire. Cataste di cadaveri fatti a pezzi, che formano nuovi strati su quelli già putrefatti; mentre gli inetti ufficiali sono impegnati a fare gli strafighi in alta uniforme nei caffè di Udine.
Si dirà: tutte le guerre sono terribili, per i vivi e per i morti. Certo, come no! A patto di dover morire per una causa vera, non per colpa di incapaci, farabutti o perfino pazzi, che programmano e ordinano attacchi suicidi delle truppe, come fossero partite a dama –e stando loro al caldo e al comodo.
Nelle non poche guerre condotte dalla Serenissima Repubblica Veneta, i comandanti erano in primissima fila, e spesso morivano combattendo. Eppure la Repubblica non ha mai dedicato loro strade, né costruito statue. Invece la Monarchia savoiarda ci ha impestato le vie con i nomi di questi vigliacchi, oltre a innumerevoli statue dei loro capi: quei loschi figuri. Un disgusto, oltre che una vergogna. E attenzione: sto parlando di statue di loschi figuri, non di monumenti ai poveri caduti.

La famosa Disfatta
Il 24 ottobre 1917 gli austriaci sfondano le linee italiane con una manovra ben preparata. I dettagli dell’offensiva non sono materia di questo testo; è però utile riportare che della manovra austriaca i comandi italiani erano a conoscenza, grazie alle rivelazioni di alcuni disertori ritenuti molto credibili. Ma naturalmente, i “grandi” generali non tengono conto delle preziose informazioni e non organizzano le dovute contromosse. Ed è soprattutto ridicolo l’ordine dato all’artiglieria italiana proprio la notte della disfatta. Un generale incapace, che sarà tristemente famoso, proprio la notte della rotta del fronte dà disposizione agli 800 cannoni di non sparare, e di lasciar avvicinare il nemico fino al punto giusto “per poi farlo a pezzi”. E l’ordine del fuoco dei cannoni sarà dato da lui stesso, il generale “che sarà famoso”. Il quale, però, va a dormire (!), mentre l’ufficiale degli 800 cannoni esegue l’ordine: non fa sparare un solo colpo. E così gli austriaci avanzano senza trovare vera resistenza. Il generale che sarà famoso –ma che intanto è già un grosso cretino– si chiama Badoglio Pietro. Dall’altra parte, invece, hanno come stratega un giovane tenente, un certo Rommel, che sarà anch’egli famoso, ma per capacità vere: sarà la Volpe del Deserto della Seconda Guerra Mondiale; e che intanto nella Prima, nel Matajur (Friuli), con pochissimi soldati riuscirà a catturarne moltissimi di italiani.
Con lo sfondamento di Caporetto, i soldati austriaci e tedeschi invadono i territori fino al Piave, e si fermano solo perché il fiume è in piena. Seguono bombardamenti a tappeto da ambo le parti, che distruggono interi paesi del Veneto Orientale.
I soldati italiani battono in ritirata, e lungo il tragitto devastano e saccheggiano. A loro volta, i civili in fuga razziano tutto quello che trovano. Gli imboscati e i mezzi ufficiali delle retrovie, partiti per primi in ritirata, saccheggiano le case, ma soprattutto stuprano donne e ragazzine. Anche lo stupro è un sacrificio imposto alle donne venete delle zone di guerra; e ancora grazie all’assurdo italico revanscismo.
La rotta di Caporetto, dunque, mostra nuovamente, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto imbecilli e al tempo stesso disumani siano i generali italiani –razza non Piave ma bastarda, imparentata con i Cadorna e i Badoglio. Spicca alla mente un certo borioso generale Graziani Andrea (di origini veronesi) il quale, durante la ritirata, fa fucilare decine e decine (ma forse centinaia) di soldati disarmati. Proprio così. In ritirata da Caporetto i soldati sono obbligati a deporre le armi; ma solo perché più avanti vengono fermati e fucilati in ragione di 10, 20 anche 50 al colpo, per punire la ritirata ritenuta una resa vigliacca!
E’ incredibile e allucinante, ma accade anche questo paradosso. I comandanti incapaci provocano la sconfitta e le carneficine; e poi fucilano gli innocenti, scaricando su di loro proprie colpe. Ma al peggio non c’è mai fine. Il gran farabutto Cadorna, fin che dura come capo di stato maggiore, si rifiuta di inviare cibo ai prigionieri italiani detenuti nei campi austriaci –com’é consuetudine fare tra nemici coinvolti in una guerra. E perché? Perché, dice Cadorna, avvallato dal ministro della guerra “…sono soldati vigliacchi, caduti prigionieri senza aver combattuto”.
Il gran farabutto non si ferma; vuole i prigionieri tutti morti, e ostacola perfino la Croce Rossa, che sta tentando autonomamente di inviare cibo a quei poveri soldati! Almeno 300mila sono i prigionieri deportati nei campi di detenzione, soprattutto in Ungheria; di questi, almeno 100mila uomini moriranno di fame e stenti, per colpa della mancanza di viveri.
Ma lo Stato italiano monarchico, in una maniera o nell’altra, non pone limiti alla sua spudoratezza, e non conosce la vergogna. Nel 1918, negli Stati Uniti, compare un manifesto in italiano con al centro la faccia del re; il quale invita gli emigrati italiani a mangiare poco cibo (carne, frumento, grasso e zucchero) perché “deve andare al popolo e le truppe d’Italia”. Di nuovo, se il manifesto non fosse vero, sarebbe grottesco: dopo aver ridotto alla miseria e alla fame milioni di contadini, e dopo averli obbligati a emigrare, ora la “Patria Italia” chiede loro di “mangiar poco”!    

Le autorità italiane scappano dopo Caporetto. Rimangono solo preti e suore nelle città e nei territori devastati
Se gli italiani nelle zone di guerra occupate non sono stati dei gentlemen, gli austriaci, quanto a ruberie e malversazioni, non sono tanto migliori. E bisogna sempre tener conto dell’astio che nutrono in cuore per il tradimento dell’Italia, che ha obbligato gli Imperiali ad aprire un fronte di guerra a sud.
Comunque i soldati imperiali, quando dilagano dopo Caporetto, requisiscono di tutto, dai viveri di consumo più immediato, al bestiame per il nutrimento delle truppe; e poi vestiario, biancheria, attrezzi da lavoro e macchinari da officina meccanica. Soprattutto la settimana dopo Caporetto è la più terribile per i continui saccheggi. Gli studi dell’istituto Bonaldo Stringer di Udine, così raccontano l’arrivo degli austriaci:
    “Le strade e le piazze dissestate erano lordate di ogni possibile pattume, di carogne di animali e, nei primi giorni, perfino del sangue e dei corpi di alcuni soldati italiani che iniziavano a putrefarsi, l’aria resa densa da effluvi nefasti era irrespirabile… tante furono le violenze gratuite che i soldati germanici prima, e bosniaci, ungheresi e austriaci poi, inflissero alla popolazione indifesa; come numerosi furono gli stupri e le prevaricazioni che le donne dovettero subire”.
Gli austriaci, ora i veri occupanti, costringono a lavorare nei campi gli uomini e i ragazzi con orari e ritmi pesantissimi. E tuttavia, pur requisendo di tutto e di più, gli austriaci usano la decenza di distribuire “buoni pasto” per i cittadini occupati –almeno per evitar loro di morir di fame e di stenti. Ma la fame si soffrirà eccome!    
Francesco Jori, nel suo già citato saggio “Ne uccise più la Fame”, descrive Treviso come una città fantasma dopo la grande ritirata che segue Caporetto. Tra i primissimi ad abbandonare la città, in una vera fuga, sono proprio le autorità civili compresa la Macchina Amministrativa. E cita alcuni passi del diario che tiene il generale barone Filiberto di Sardegna nel novembre 1917, in veste di comandante del presidio di Treviso dopo Caporetto:
“Del Municipio vero non era rimasto nessuno, neanche gli uscieri; l’unico funzionario rimasto era l’accalappiacani, il quale fu utilissimo perché moltissimi cani erano rimasti”.
E seguendo l’ironia del barone, possiamo immaginare che magari sono più cani quelli delle istituzioni (che se la sono data a gambe), rispetto a quelli inseguiti dagli accalappiacani.
Jori riporta anche le note di in un rapporto del colonnello Monfardini, presente sui territori veneti abbandonati dopo Caporetto: sono testimonianze drammatiche.
“Le autorità sotto segnate di Montebelluna –scrive il colonnello– abbandonarono già da 5 o 6 giorni i loro uffici, e questa loro fuga fece cattiva impressione nella popolazione rurale che quasi tutta è rimasta, e avrebbe bisogno di consigli e aiuti”. Ecco dunque lo spirito italiano.
Da Montebelluna scappano non solo il sindaco e gli impiegati comunali, ma anche i medici, le levatrici, i cancellieri della pretura; addirittura gli impiegati dell’ufficio postale abbandonano lettere e vaglia sui tavoli e sul pavimento. Tutte ma proprio tutte le autorità rappresentanti lo Stato disertano vigliaccamente. Don Antonio Dal Colle, un cappellano di Montebelluna, riferirà che solo i sacerdoti e le suore sono rimasti “non curanti (delle) granate che scoppiano a pochi metri di distanza”, e aggiunge:
    “Il prete da per tutto, e gli eroi dove sono? Dove sono i membri della Dante Alighieri (codardi interventisti, nda), che dovevano buttare giù l’Austria?” E conclude: “Povere creature (gli abitanti rimasti, nda), quante sofferenze, quanti spaventi… Se fossero qui in queste notti quei quatto cialtroni che tanto gridavano alla guerra, ma che ora invece sono in tanta malora!”.
Già. Dove sono, gli italiani veri? Ma non è finita. Perché, nelle zone semi abbandonate del Veneto centrale, imperversa la prostituzione quale mezzo estremo di sopravvivenza. Donne sole senza più un futuro, si improvvisano meretrici d’occasione; oltre a quelle locali, si aggiungeranno ben presto le straniere al seguito delle truppe austriache. Annota lo storico Livio Fantina: “alle donne già esistenti nel quartiere, ora probabilmente se ne aggiungono anche altre, portate dai canali della storia”. La Gazzetta Trevisana del 22 maggio 1917 scrive di “una folla di veneri vaganti molto sotto i quattordici anni”.
Treviso è solo il centro urbano più importante; infatti il fenomeno imperversa già a Belluno e a Venezia e ora anche a Padova, divenuta capitale della guerra dopo Caporetto (prima era Udine). La prostituzione per la sopravvivenza si divulgherà a macchia d’olio nel Veneto Orientale, aggiungendo alla devastazione ulteriori problemi di salute pubblica –molte giovani donne cadranno vittime di malattie veneree, e saranno abbandonate a se stesse. La Grande Guerra ha proprio portato tutto questo, e la sopportazione è al limite. E’ emblematica una lettera, scritta da una donna nel novembre 1917 e indirizzata al re; la forma è grossolana ma chiara:
“Reale Maestà, come non tieni compassione a far spargere tutto questo sangue per tutto il mondo, svergognato non vedi che invece di andare avanti vai indietro, svergognato, tristo e paschino perché non fai la pace invece di insistere a fare tutto questo da uno grande, non ti vedi che sei un pulcinella e cornuto… ti raccomando da ascoltare alle mie parole perché se chi sa non fai ciò che dico io, ti verrà una mala nova su tutta la tua famiglia insieme al generale Cadorna con tutti i ministri… Ti tagliassi le mani! Basta che ammazzino a te e poi a nessuno. Addio simpatico”.

2.9.7   Il Parlamento si interroga
Dall’archivio di Flavio Contin, Serenissimo storico, ci arriva un breve ma interessante documento, che raccoglie le perplessità di uomini dello Stato circa l’andamento della Guerra. Per inciso, è un estratto dall’Archivio Storico di Stato, proveniente da un tomo della “Camera dei Deputati”; sono le trascrizioni degli interventi di 5 deputati appartenenti ai “Comitati Segreti sulla condotta della Guerra”, e recano anche il numero di pagina del tomo d’archivio. Nel giugno e dicembre 1917 i deputati si rivolgono al Governo e manifestano le loro perplessità. Contengono riferimenti assai eloquenti: la guerra è condotta disastrosamente, e in tutto il Paese sta montando un pericoloso malcontento. Eppure, Parlamento e Governo sono perfettamente informati.  

On. Ferri Giacomo (seduta del 22 giugno 1917):
“Il malcontento per una guerra che il popolo non sentiva, voi fate ingigantire con questa persistenza politica tutta di tutto nascondere, di tutto sottrarre al controllo della pubblica opinione: con questo permette le ruberie e le angherie del povero popolo, che (è) lasciato indifeso e dal quale avete tratto però 4 milioni di combattenti”.

On. Buonini (seduta del 27 giugno 1917):
“Venendo alla politica estera, non ho potuto ancora comprendere quali siano gli scopi della guerra. I nostri scopi sarebbero, si dice, la liberazione degli italiani, slavi, ecc. dalla dominazione straniera. Ma come è possibile raggiungere questo risultato, se le zone di confine sono popolate da abitanti di razza diversa? A quale delle due nazioni vicine si debbono annettere tali zone?“

On. Modigliani (seduta del 29 giugno 1917):
“Il gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo come s’intende mantenere da lui la disciplina militare, cioè col terrorismo e con le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni.
(legge una circolare dalla quale risultano confermati i fatti)

On. Libertini Gesualdo (seduta del 14 dicembre 1917):
    “Era a conoscenza il Comando Supremo dello stato d’animo di alcuni reparti e di un quasi fraternizza mento dei nostri soldati con quelli Austriaci, specialmente nelle linee dove le trincee nemiche erano a pochi metri di distanza dalle nostre?”

On. Alessio (seduta del 15 dicembre 1917):    
    “Quel Veneto, che per la sua condizione speciale, per i suoi importanti corsi d’acqua, non era stato conquistato mai da alcuno, tranne che dal primo Napoleone, quando ebbe di fronte generali austriaci imbelli e (quando) la Repubblica Veneta aveva proclamato la NEUTRALITA’ DISARMATA !”

A queste parole, non c’è da aggiungere altro. Solo il nostro sdegno.
2.9.8   L’epilogo della guerra
La disfatta di Caporetto allarma Francia e Inghilterra, che riescono a imporre all’infido alleato la destituzione di Cadorna. Finalmente! Purtroppo non impongono che sia fucilato alla schiena insieme ai suoi sottoposti diretti –criminali della stessa risma. Chi sostituisce Cadorna è il generale Armando Diaz, che si dimostrerà certamente più capace militarmente, e soprattutto più saggio e umano del precedente paranoico sanguinario. Scrive lo storico Denis Mack Smith:
“Cadorna fu sostituito da Diaz, un napoletano di discendenza spagnola. Il quale si preoccupò maggiormente del benessere materiale dei suoi uomini ed istituì degli uffici di propaganda con il compito di esporre ai soldati la condotta e le finalità della guerra”. Meglio tardi che mai.
Con il grado di sotto-capo di Stato Maggiore (cioè vice-comandante in capo delle forze armate) sono nominati i generali Gaetano Giardino e Pietro Badoglio. Ed è proprio il Badoglio a destare scandalo, dato che la rotta di Caporetto è stata per la gran parte colpa sua. Eppure Badoglio riuscirà a farsi premiare con elargizioni e medaglie, come fosse un eroe! Lui che aveva sbagliato tutto e incolpato coloro che avevano resistito all’attacco nemico, nonostante i suoi ordini folli. Questo cretino,  dopo la guerra, farà una carriera sfolgorante, con stipendi altissimi e ammantato da una celebrità sfacciata. E sarà anche un gran ladro di Stato, rubando e intascando in vari intrallazzi; sarà coinvolto perfino in trafugamenti di pregiate opere d’arte. Come epilogo della sua italianissima carriera, lo ritroveremo in fuga a Brindisi con la famiglia reale di Vittorio Emanuele III, dopo l’8 settembre 1943. Badoglio: un italiano vero. Nella Prima Guerra Mondiale ce ne sono stati tanti di generali così; meno famosi di lui, ma ugualmente farabutti. Torniamo alla narrazione.  
Grazie soprattutto all’intervento degli USA –con ben 2 milioni di effettivi inviati sul fronte francese– la Germania e l’Austria vacillano. La lunga guerra ha causato una sempre più crescente crisi economica interna ai due paesi, che ormai sono allo stremo. L’Austria tenta l’ultima carta sul fronte italiano, e lancia un attacco in Veneto il 15 giugno 1918. Ma adesso le linee italiane sono rinforzate da truppe francesi, inglesi e americane. I soldati statunitensi portano in bella mostra sulla divisa il leone alato di San Marco (fig. 6 inserto centrale); per gli americani il simbolo è una sorta di contrassegno di sicurezza, per distinguersi dai molti soldati di passaggio, e soprattutto per rassicurare le popolazioni venete, ormai esasperate da tutti quei soldati stranieri che portano solo danni e devastazioni. Era accaduto, infatti, che soldati isolati venivano fatti bersaglio di insulti, lanci di pietre e perfino aggressioni. La gente non ne può più della guerra.
L’ultimo attacco austriaco fallisce, e molti soldati si lasciano catturare come prigionieri. E mentre a fine ottobre già si sta negoziando un cessate il fuoco, gli italiani hanno la meglio, per la prima e unica volta, nella sanguinosa battaglia chiamata del Solstizio. Gli austriaci sono in ritirata, ma la voglia di bombardare fra gli ufficiali italiani è tale, che gli attacchi continuano anche il giorno dopo la resa! Come al solito, diranno, l’Italia non rispetta i patti. E’ il giorno dopo del 4 novembre; l’11 è costretta ad arrendersi anche la Germania, sebbene il suo esercito non abbia patito alcuna vera sconfitta e nessuna disfatta.
Alla pace di Parigi del 1919 saranno arbitrariamente e indecorosamente ridisegnati i confini, in una forma troppo umiliante per la Germania. Ciò creerà le premesse per la Seconda Guerra Mondiale; ma questa è un’altra storia. Ciò che rimane, invece, per i “vincitori” italiani e il minuscolo re savoiardo, è una caterva di morti, feriti e invalidi, e quindi famiglie divise e rovinate; e poi ancora interi territori devastati, e paesi distrutti: tutti in Veneto e Friuli. E’ il prezzo della “vittoria” in una guerra tanto assurda quanto inutile; perché, ricordiamolo ancora una volta, i territori di Trento e Trieste erano già stati offerti all’Italia in cambio della sua neutralità.  

2.9.9   I morti innocenti e le celebrazioni. Riflessioni
Un bilancio approssimativo della Prima Guerra Mondiale ci enumera 680mila morti sui quali, come abbiamo visto, pesano le gravi responsabilità di molti generali incapaci: qualcuno pazzo, qualcuno esaltato, ma in gran parte farabutti criminali. E ci viene assai difficile, oggi, capire come questi inetti generali, vigliacchi e spesso assassini, in seguito siano sempre stati puntualmente premiati con medaglie e promozioni! Alla faccia dei loro crimini, e in barba alle loro gravissime responsabilità.
Ma a ben guardare, le stesse situazioni si ripetono anche oggi: questo Stato premia con stipendi altissimi e buone uscite faraoniche, quei dirigenti di enti pubblici che hanno puntualmente portato alla rovina il comparto loro affidato. Ieri medaglie a chi ci ammazzava; oggi soldi a chi ci rovina.
Delle carneficine della Prima Guerra Mondiale furono responsabili gli alti ranghi dell’esercito, come abbiamo visto. Ma è innegabile che, al di sopra degli inetti generali, c’era uno Stato altrettanto inetto a cui non interessava nulla della sua gente. La Prima Guerra Mondiale dimostrò chiaramente a cosa lo Stato mirava: ottenere più morti possibili per bagnare il Suolo Veneto con fiumi di sangue; così da “forgiare” l’unità del Paese, e poter poi tramandare negli anni la menzogna secondo cui “gli italiani si immolarono per difendere la loro patria e la libertà”. Trento e Trieste erano dunque solo un turpe e maledetto pretesto.
Ma il motivo più recondito e forte di tanta ostinazione nel volere la guerra, era quello di riscattare l’umiliazione patita dalla Monarchia savoiarda per essersi annessa il Veneto da malandrini, nonostante le due sconfitte di Custoza e Lissa del 1866. E con il rancore dato dalla consapevolezza che i Veneti, mai dimentichi della loro amata Repubblica Serenissima, hanno sempre preferito di gran lunga rimanere e combattere per la Casa Reale Asburgica, piuttosto che con i Savoia.
E’ tutta qui la discriminante italiana della Prima Guerra Mondiale.
Ciò che invece è stato insegnato a noi fin dalla più tenera età, è una menzogna storica, le cui parole compaiono sui monumenti di tutte le piazze. A questa menzogna storica, ancora oggi ci credono religiosamente –e ottusamente– gli Alpini.
Sarebbe opportuno, invece, celebrare mestamente i caduti in dignitoso silenzio, come fanno gli ebrei con la Shoah. Ricordando, una volta per tutte, che quei poveri disgraziati strappati alle loro famiglie sono morti inutilmente, per colpa di regnanti avidi e generali incapaci, i cui eredi oggi si trincerano dietro il tricolore e le scrivanie di Stato, inneggiando alla bolsa e disgustosa retorica patriottarda.
E allora diciamo basta parate! Basta sventolii di bandiere tricolorate, basta pistolotti ipocriti fra corone d’alloro e medaglie! BASTA! E cancelliamo per sempre quell’infame e orribile plagio: “Razza Piave”, perché offende i morti e prende in giro i vivi. Quei poveri ragazzi, ripetiamolo ancora, non sono morti PER DIFENDERE la patria e la libertà; ma PER COLPA di una patria; che nella verità non c’era, e non potrà mai esserci, fintanto che a quegli scranni di Stato siederanno i figli e i nipoti ideologici di quegli inetti esaltati che vollero l’Inutile Strage.
Con questo libro, Noi veneti vogliamo onorare la memoria di tutti i poveri soldati caduti nella Prima Guerra Mondiale, vittime innocenti dell’Inutile Strage. Ciò che non potrà mai fare, perché non ne ha titolo, lo Stato Italiano.

…iI tristo bilancio della terribile Inutile Strage
Il Veneto e i veneti pagarono il prezzo più alto in assoluto per l’Inutile Strage della Prima Guerra Mondiale. Il totale delle truppe impiegate ammontava a 5.698.000 uomini, oltre a 31.000 ufficiali. Gli arruolati volontari, che risposero alla “patriottica chiamata”, non superarono gli 8.000. E questa cifra la dice lunga sui reali e leciti sentimenti degli italiani.
E allora, via alle leve obbligatorie. Nel corso della guerra, furono chiamate le classi dal 1874 al 1900. L’Italia Settentrionale contribuì per il 48,7% dei soldati; ma di questi oltre 600.000 erano veneti. Poi il 23,2% arrivava dall’Italia Centrale, il 17,4% dal Meridione, mentre le due isole insieme fornirono il 10,7%.  
Alla fine, i morti furono 680.000, dei quali almeno 200.000 veneti. E si contarono poi 463.000 menomati (piccoli invalidi); in cui vi furono conteggiati 77.000 fra ciechi, storpi e gravi mutilati. A queste spaventose cifre si aggiunse il dramma degli sfollati e dei profughi, calcolati fra i 270.000 e i 400.000; furono in gran parte contadini che dovettero lasciare le loro case, perdendo praticamente tutto.
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E’ QUESTA LA “RAZZA PIAVE”?

 “Nulla è più difficile da affermare in Italia della verità”.
Alessandro Manzoni

 

 

Scarica il capitolo in formato PDF estratto dal libro (Alla riconquista della nostra indipendenza)

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Il libro del Patriota Tiziano Lanza.